In ricordo di Giovanni Fava, ricercatore in Filosofia e Scienze della Formazione all’Università Ca’ Foscari di Venezia, scomparso prematuramente ad agosto, condividiamo la versione integrale del testo a cui ha recentemente collaborato, contenuto in I diritti dell'acqua (Wetlands, 2026). Un modo per condividere ancora una volta il suo pensiero e continuare a portare avanti le domande sull’Antropocene e sulla crisi ambientale a cui aveva dedicato la sua ricerca.
Le Grave di Ciano insistono su un’area di alta pianura incassata nella valle del Piave, tra la piana di Cornuda nel trevigiano, il Montello e la valle di Biadene in destra idrografica, la pianura del Quartier del Piave in sinistra.¹ Situate nel territorio demaniale di Crocetta del Montello, in provincia di Treviso, le Grave misurano all’incirca 10 chilometri quadrati e si presentano come un terrazzo fluviale corrispondente a un vecchio alveo del Piave, ormai abbandonato a causa delle alterazioni del regime idrologico legate a invasi e captazioni a monte per scopi irrigui e idroelettrici. Oggi, per effetto della dinamica fluviale che ha creato quest’ambiente, le Grave costituiscono il più esteso lacerto di pianura scarsamente antropizzata nella provincia di Treviso, ragion per cui sono state identificate come sito protetto della Rete Natura 2000 (N2000) in quanto Zona di Protezione Speciale (ZPS) e Zona Speciale di Conservazione (ZSC).
A partire dagli anni Novanta, in seguito alla chiusura di una cava superficiale che interessava l’alveo poi abbandonato, l’assetto territoriale è rimasto pressoché invariato. Oggi, il paesaggio si compone di distese di ciottoli colonizzate da specie pioniere, prati aridi, cespuglieti e macchie boschive. La parte centrale è occupata da una grande prateria, eredità di una serie di isole fluviali che dividevano i due rami principali del fiume, mentre la zona orientale è coltivata a seminativi. La presenza umana è minima: due vecchie case, alcuni annessi rustici e una rete di stradine in ghiaia. Questa elevata variabilità naturale, con zone umide a contatto con aree aride e ambienti mesofili, rende le Grave un mosaico di ecosistemi molto diversi e ne fa uno dei più importanti siti orchidologici del Veneto. Attualmente, tuttavia, sulle Grave incombe la realizzazione di un bacino di quattro casse di laminazione che, in caso di piene eccezionali, dovrebbero trattenere dai 30 ai 40 milioni di metri cubi d’acqua – un’opera che, riguardando tutte le Grave di destra idrografica, finirebbe per distruggerne l’intero ecosistema.²
Andando a ritroso, un cambiamento significativo è quello che a partire dal 1975, in risposta al mutato regime idrologico indotto dalle attività umane, ha visto la fusione delle isole fluviali centrali. In quest’area, infatti, si era sviluppata un’attività agro-pastorale che proprio tra gli anni Settanta e Ottanta aveva raggiunto il suo apice, per poi ridursi notevolmente. È interessante notare come le pratiche agricole tradizionali e non invasive applicate in questo arco di tempo, senza l’uso di prodotti chimici, non abbiano danneggiato l’ambiente, favorendo anzi il ritorno del magredo (terre aride tipiche dei greti fluviali del Friuli) e la conservazione della biodiversità storica e delle specie rare del luogo.
Durante la prima metà del Novecento, l’ambiente delle Grave non mostra invece particolari mutamenti: è un paesaggio caratterizzato da greti ghiaiosi, canali intrecciati e vegetazione prativo-arbustiva; e come attestato dai resti di alcuni edifici, l’attività antropica è sostanzialmente stagionale, legata alle pratiche agro-pastorali. Negli anni della Grande Guerra, tra il 1917 e il 1918, le Grave sono “terra di nessuno” (terra nullius) tra il fronte italiano e quello austro-ungarico. La cartografia militare dell’epoca, estremamente dettagliata per rispondere alle esigenze della logistica di guerra, produce numerose mappe con toponimi bilingui, settori numerati, postazioni d’artiglieria e passaggi delle pattuglie nemiche – in un anno, si contano addirittura nove riedizioni cartografiche. Il 26 ottobre del 1918, l’Isola Verde, la più orientale delle Grave, è teatro di una sanguinosa battaglia e per questa ragione verrà poi ribattezzata “Isola dei Morti”.
Nell’Ottocento la scarsità di documenti cartografici suggerisce una stabilità ambientale caratterizzata da un equilibrio dinamico tra insediamento della vegetazione e mobilità dei canali intrecciati. La Kriegskarte austriaca, disegnata tra il 1798 e il 1805, rappresenta le Grave di Ciano come “Praterie del Conte Mezzana”, mostrando isole verdi con prati stabili separate da canali ghiaiosi. La presenza di una dogana testimonia l’importanza di quest’area per il transito di persone e merci, facilitato dai guadi naturali creati dalla divisione delle acque in canali minori. Risalendo ancora più indietro nel tempo, già nel 1663 una carta dell’Abbazia di Vidor documenta la presenza di “Giare e parte pascoli” tra i canali intrecciati del Piave. Questa breve digressione storica attesta il dinamismo dell’ecosistema delle Grave, in grado di rinnovarsi continuamente pur mantenendo caratteristiche simili nel tempo, perlomeno fino alla rivoluzione industriale, quando il rapporto tra l’umano e l’ambiente fluviale subisce profonde modificazioni.
Biodiversità protetta e minacciata
Le Grave di Ciano rappresentano oggi un’importante riserva di “biodiversità”. Questo concetto è stato reso popolare dal biologo americano Edward O. Wilson nel 1988 per indicare la varietà di tutte le forme di vita sulla Terra, riconosciuta come condizione essenziale per la sopravvivenza umana e non umana. Nonostante la sua rilevanza, rimane spesso ai margini delle politiche d’intervento ambientale o, peggio, è utilizzato in modo strumentale, come nei casi di greenwashing. Proprio per questo, riscoprire le origini e il significato profondo della biodiversità è oggi più che mai urgente, se vogliamo davvero garantire un futuro sostenibile all’umanità.
Sulla scia di una crescente consapevolezza internazionale, nel 1992, a valle del Summit della Terra di Rio tenutosi nello stesso anno, l’Europa ha dotato la conservazione della natura di strumenti legislativi fondamentali: la Direttiva Habitat (92/43/CEE) e la Direttiva Uccelli (79/409/CEE) costituiscono insieme le fondamenta giuridiche della Rete Natura 2000, che comprende aree protette terrestri e marine selezionate per la presenza di specie e habitat a rischio di estinzione o rappresentativi delle diverse regioni biogeografiche europee. L’Italia, in quanto Stato membro, ha l’obbligo di adottare misure appropriate per evitare il degrado degli habitat e la perturbazione delle specie per le quali i siti sono stati designati. Tuttavia, soprattutto nel nostro Paese, il ricorso frequente a sistemi di deroghe e la scarsa applicazione dei controlli, spesso condizionati da interessi economici, tradiscono continuamente queste aspirazioni, con il risultato che l’Italia è ora sottoposta a procedura di infrazione per non aver messo in atto adeguati strumenti di gestione dei siti protetti.
I fiumi rappresentano corridoi ecologici primari fondamentali per la biodiversità e, in Veneto, il Piave è certamente il più importante. La sua parte montana è ricca di siti Rete Natura 2000, che accompagnano il corso del fiume per quasi 80 chilometri dalla Bassa Val Belluna fino a Ponte di Piave, con una breve interruzione in corrispondenza dei centri più antropizzati dell’alta Val Belluna. Particolare rilievo assume il sito ZSC/ZPS del medio corso, che include le Grave di Ciano e attraversa la pianura trevigiana – tra le più compromesse d’Italia per il consumo di suolo e la monocoltura industriale del prosecco – rappresentando una sorgente essenziale di biodiversità. L’ultimo tratto del fiume è invece fortemente ingegnerizzato e privo di siti N2000, ad eccezione della Laguna del Mort, oggi minacciata dal progetto Eraclea Village, un nuovo insediamento turistico di 250 ettari a ridosso del sito protetto.
Approfondendo l’analisi degli habitat Natura 2000 (ecosistemi naturali e seminaturali riconosciuti a livello normativo e inseriti negli allegati della Direttiva Habitat), emerge un profilo ecologico di grande interesse naturalistico: i cinque habitat direttamente connessi alle dinamiche del Piave raggiungono la loro massima estensione nel tratto compreso tra Santa Giustina e San Donà di Piave, dove il fiume scorre a canali intrecciati alternando ghiaie e isole parzialmente vegetate. Nel settore prealpino predominano i boschi ripariali igrofili – con ontani, frassini, salici e pioppi – e gli arbusteti sui greti ghiaiosi, resilienti alle piene e alle esondazioni, una vegetazione che rispecchia fedelmente il carattere idrologico di un fiume dalle correnti forti e talvolta impetuose.
Tra Ciano e Ponte di Piave, con picchi significativi nelle Grave di Ciano, dominano due tipi di habitat tutelati dalla Direttiva omonima: le comunità pioniere che colonizzano le morfologie fluviali più effimere (isole in neocostituzione) e le praterie aride dei terrazzi consolidati, particolarmente preziose quando arricchite da fioriture di orchidee. Un recente studio ha inoltre inquadrato questi prati in una categoria di maggior valore fitogeografico e conservazionistico, quella delle praterie steppiche submediterranee a impronta balcanica, ricchissime di specie vegetali e animali rare.³ Lungo questo tratto, e ancor più nelle Grave di Ciano, la ricchezza degli habitat testimonia come la stabilità dell’ambiente dipenda dall’equilibrio dinamico tra vegetazione e sedimenti, un equilibrio indissolubilmente legato alla naturalità del fiume.
Anche la distribuzione delle orchidee nelle Grave di Ciano racconta una straordinarietà ecologica fatta di relazione, rarità e memoria. Le dieci specie censite nell’ambito di uno studio di citizen science⁴ raggiungono punte di 1400 individui fertili su sei ettari nell’ex-isola centrale, dove la percolazione delle acque attraverso le ghiaie ha creato nei secoli condizioni ideali. La loro presenza non è solo un indicatore di salute ambientale e bellezza, ma anche memoria vivente di un paesaggio documentato già nelle cartografie austriache dell’Ottocento e del Seicento. Le orchidee esprimono, in questo senso, la narrazione di un luogo carico di storia, biodiversità e cultura.
Il progetto di laminazione: un progetto di maladattamento climatico
Il progetto di laminazione che riguarda le Grave di Ciano va fatto risalire all’alluvione del novembre 1966 – la stessa Acqua Granda che sommerse Venezia – quando il Piave esondò sommergendo e distruggendo interi centri abitati. La Commissione De Marchi elaborò allora un piano nazionale per la sicurezza idraulica, che nel 2009 confluì nel Piano Stralcio per la Sicurezza Idraulica del medio e basso Piave (P.S.S.I.), reso pubblico nel 2010. Questo primo documento valutava quattro possibili siti per la costruzione di bacini di laminazione atti a proteggere l’area dalle esondazioni – Spresiano, Papadopoli, Ponte di Piave e Grave di Ciano – indicando Ponte di Piave come soluzione preferibile per il suo minore impatto ambientale, costi inferiori e una maggiore e!cacia idraulica.
Dopo l’alluvione veneta del 2010, il Piano delle azioni e degli interventi del rischio idraulico e geologico (Piano O.P.C.M. 2011) ribaltava però inspiegabilmente questa valutazione, indicando le Grave di Ciano come sito privilegiato senza alcuna giustificazione comparativa. Nel 2012, il P.A.I. 4 bacini (Piano stralcio per l’assetto idrogeologico dei bacini idrografici dei fiumi Isonzo, Tagliamento, Piave e Brenta Bacchiglione) attribuiva al sito delle Grave la “priorità assoluta”, senza, di nuovo, fornire alcun tipo di valutazione ambientale né riferimenti alle direttive europee sulle zone protette. L’anno dopo, nel 2013, la ditta Prevedello S.r.l. presentava un piano di project financing per un invaso di 32,6 milioni di metri cubi, distribuiti in quattro casse contenute da arginature di 13,5 chilometri di lunghezza complessiva, variabili da 4 a 8 metri d’altezza, con escavazioni per circa 21 milioni di metri cubi di materiale litoide. In pratica, il progetto prefigurava lo sventramento dell’intera area, ripagandosi al 94% grazie alla vendita della ghiaia.
Questo piano fu ripreso integralmente dallo Studio di fattibilità regionale del 2017 e finanziato dal Ministero dell’Ambiente per la progettazione esecutiva. Solo nel 2019 il Comune di Crocetta scoprì casualmente l’esistenza del progetto, dando vita al Comitato per la Tutela delle Grave di Ciano. I tentativi di confronto con le istituzioni sono rimasti senza risposta e i ricorsi legali – come quello al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche del 2023 – sono stati respinti con motivazioni contraddittorie. L’atto più recente è il decreto-legge del 17 ottobre 2024, che ha commissariato l’opera affidandola a un singolo soggetto autorizzato ad agire in deroga alle normative. Ma anche in questo caso, è prevalsa l’assenza di trasparenza. Se, da un lato, il commissariamento accelera le procedure decisionali ed esecutive, dall’altro rimette queste decisioni nelle mani di un singolo, la cui scelta – che dovrebbe essere “super partes”, per usare le parole della Commissaria Straordinaria Marina Colaizzi – è vincolata al sito identificato come il più adatto alla realizzazione degli invasi, vale a dire le Grave di Ciano. Quale alternativa, in questo quadro?
Dietro la trafila di decisioni opache emergono interessi molto chiari: la ghiaia delle Grave estratta con i lavori sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno industriale del Veneto per quasi un decennio; i principali cavatori, per di più, operano proprio vicino all’area che le casse metterebbero in sicurezza. Al contrario, la zona di Ponte di Piave, che ancora oggi rappresenta l’alternativa più razionale, ospita centinaia di ettari di vigneti, monoculture ad altissimo impatto ambientale, che nessuno vuole toccare. Il commissariamento appare così come una scorciatoia per aggirare trasparenza e partecipazione democratica, emblema di una politica ambientale che al confronto con la cittadinanza e alle soluzioni di lungo termine preferisce la “violenza infrastrutturale”⁵ delle Grandi Opere. Tutto questo rende la vicenda delle Grave esemplare. Le problematiche che manifesta riguardano direttamente le politiche di (mal)adattamento climatico con cui si cerca di tutelare e celare gli interessi legati allo status quo; ma soprattutto, rendono evidente la necessità di ripensare il nostro rapporto con la Terra, attraverso uno sforzo collettivo verso l’implementazione di nuove politiche di mitigazione e sostenibilità.
Conclusioni
Il poeta Andrea Zanzotto, cantore dei luoghi del Piave, ci ha insegnato che paesaggio, ecologia e psicologia sono inseparabili: la cementificazione del Veneto non è solo una ferita al territorio, ma una devastazione culturale e interiore. Quella stessa logica estrattiva – che divora suolo, acqua e ghiaie alimentando le emissioni globali di carbonio – è ancora imperante; è parte della “Grande Accelerazione” produttivista che definisce l’Antropocene.⁶ La questione è stata posta al centro del movimento francese dei Soulèvements de la terre, evocativo nome assunto da un gruppo ecologista composito che lotta in maniera tenace e intelligente per la protezione del suolo, delle acque e dei nostri ecosistemi. La stessa esistenza di questi attivisti è espressione di nuove forme di resistenza che si posizionano nella sfera stessa della vita, della biodiversità e della riproduzione sociale.⁷
Nelle loro battaglie e pubblicazioni, i Soulèvements hanno messo a fuoco il nesso tra speculazione edilizia, alienazione delle terre e dei beni comuni, estrattivismo e cambiamento climatico. Il bilancio delle emissioni di carbonio provocate dalla lavorazione del cemento è altissimo, attestandosi all’8% delle emissioni globali. Risolvere il problema climatico con nuove formule estrattiviste e ingegnerizzazioni è pretestuoso e gli appelli all’adattamento sono ideologici se vengono contrapposti alla mitigazione e alla sostenibilità, come attestato dalla vicenda delle Grave di Ciano. Si tratta piuttosto di rimettere in questione la pianificazione del territorio, trasformando una questione tecnica in questione politica.
In termini più generali, le forme che prende la resistenza alla gestione delle acque e della terra imposte dall’alto, senza confronto democratico, senza coinvolgimento del territorio e delle comunità, rappresentano una difesa dei beni comuni, ed è da questo tipo di azioni che stanno emergendo nuove dinamiche culturali ed ecologiche. La distruzione di aree naturali comuni riproduce schemi coloniali antichi: trattare un bene collettivo come terra nullius, sottraendolo alle comunità che lo abitano, significa – come osserva Silvia Federici – distruggere la capacità dei luoghi di produrre vita per sostituirla con la produzione di plusvalore.⁸ La crisi dell’Antropocene è una crisi dei beni comuni e delle comunità, in cui costi e responsabilità ricadono sempre sulle soggettività subalterne, riproducendo asimmetrie storiche tanto nel Sud globale quanto, in forme di colonialismo interno, in luoghi come le Grave di Ciano.⁹
La risposta a questi processi non può che essere ecologica e democratica: il dibattito sui diritti della natura invita a spostare lo sguardo dal centro urbano all’intero ecosistema, risalendo i fiumi fino alle Alpi. L’acqua come bene comune, principio sancito dal referendum italiano del 2011, deve guidare la pianificazione del territorio sottraendola alla speculazione. Questo significa perseguire una soluzione integrata alla crisi climatica e alla perdita di biodiversità, fondata sul protagonismo delle comunità e sulla responsabilità delle istituzioni verso le generazioni future. Per riprendere il messaggio del Vertice di Rio del 1992: non solo adattamento, ma mitigazione e sostenibilità. La difesa delle Grave di Ciano è quindi parte di una battaglia più ampia per i diritti della natura e dei beni comuni: solo apparentemente locale, è in realtà integralmente planetaria.
1. Per un’introduzione geografica e storica al Piave si vedano: A. Bondesan, G. Caniato, F. Vallerani e M. Zanetti (a cura di), Il Piave, Cierre, 2004; G. Bonan, Le acque agitate della Patria: L’industrializzazione del Piave (1882-1966), Viella, 2021.
2. Il progetto preliminare è stato presentato nel 2017 e poi caricato nel Repertorio Nazionale degli Interventi per la Difesa del Suolo (ReNDiS), curato dall’Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale (ISPRA). L’intervento in oggetto è: 05IR231/G1 “Casse di espansione per le piene del fiume Piave in corrispondenza delle Grave di Ciano”. La formulazione definitiva del progetto era attesa per la fine del 2025.
3. Si tratta dell’habitat 62A0/* descritto in: S. Tasinazzo, K. Zanatta, C. Lasen, R. Fiorentin, “Dry grasslands on fluvial terraces of the middle reaches of river Piave in the North East Italy context”, Hacquetia, vol. 21, n. 1, 2022, pp. 15-40.
4. Si veda: K. Zanatta, F. Ferrarese et al., “Distribuzione e diversità delle orchidee delle Grave di Ciano del Montello (fiume Piave, Italia)”, Annali Museo Civico di Rovereto, 2022.
5. D. Rodgers, B. O’Neill, “Infrastructural Violence: Introduction to the Special Issue”, Ethnography, vol. 13, no. 4, 2012, pp. 401-12.
6. W. Steffen et al., “The Trajectory of the Anthropocene: The Great Acceleration”, The Anthropocene Review, 2015.
7. S. Barca, Forces of Reproduction: Notes for a Counter-hegemonic Anthropocene, Cambridge University Press, 2020.
8. S. Federici, Reincantare il mondo: Femminismo e politica dei “commons”, Ombre Corte, 2021.
9. Per una prospettiva decoloniale sull’Antropocene si veda: K. Yusoff, A Billion Black Anthropocenes or None, University of Minnesota Press, 2018. Sul colonialismo interno si veda: P. Gonzáles Casanova, El colonialismo interno, Siglo del Hombre Editores, 2009.