di Simonetta Sandri
Ci sono tante forme di violenza nel mondo. I media ci hanno ormai abituato – e, purtroppo, quasi assuefatto – a quella immediata, catastrofica, incidentale, spettacolare, quasi cinematografica, una visione a forte impatto emotivo, un colpo a cuore e mente.
Non ci si può però fermare a ciò che è visibile, diretto, limitato nel tempo. Esiste un’altra violenza, quella lenta, implacabile, inarrestabile, intangibile, fatta di una terra che muore soffocata o avvelenata e di popoli che, a causa di disastri ambientali provocati dalla cupidigia umana e dalle guerre, non hanno più alcun diritto sulla loro vita. Un dramma che colpisce sempre gli altri, questi sconosciuti. Finché, un giorno, quegli altri saremo noi.
Parliamo della Slow violence, di cui Rob Nixon, professore alla Princeton University, tratta nel suo libro uscito negli Usa nel 2011 e oggi presentato al pubblico italiano, in un’edizione condensata e arricchita di nuovi saggi, in Slow Violence. Il tempo della giustizia ambientale, edito da Wetlands, nella collana Environmental Humanities diretta da Shaul Bassi e Serenella Iovino, professoressa alla University of North Carolina, Chapel Hill, alla quale abbiamo chiesto alcune riflessioni.